Nel vorticoso balletto della politica italiana quello del presunto e presumibile aumento iva è un tema sul quale si dibatte ormai da piu’ di un anno.

Non sono certo dei giorni nostri le sollecitazioni provenienti dalle Istituzioni Europee,  le quali richiedono a gran voce questo aumento IVA al fine di abbassare il rapporto tra Prodotto Interno Lordo del nostro paese e un debito pubblico palesemente fuori controllo.

Ma che cos’è l’aumento IVA e cosa rappresenta per l’Italia?

Semplificando al massimo i concetti al fine di renderli maggiormente comprensibili, si definisce l’IVA come l’imposta sul valore aggiunto di un bene. Tra le varie caratteristiche di questa imposta vogliamo porre l’accento su due di queste in particolare. E’ un’imposta indiretta, nel senso che non colpisce la capacità contributiva del contribuente ma soltanto una sua manifestazione consistente nel consumo. E’, inoltre, un’imposta generale perché colpisce indistintamente tutti i contribuenti.

Dando per scontata la caratteristica della proporzionalità dell’Iva, il fatto cioè che essa non sia fissa ma il suo valore derivi dal prezzo del bene moltiplicato per la tariffa di riferimento, giova ricordare gli attuali tre scaglioni in cui è suddivisa.

L’Iva al 4% (cd. minima) si applica per i beni di prima necessità, quella al 10% (ridotta) ai servizi e beni turistici, alimentari ed edili, quella al 22% (ordinaria) si applica alla residualità dei due scaglioni precedenti.

L’Iva quindi, è un’imposta che attiene alla volontà del contribuente di acquistare o meno un determinato bene: sarà pagata se il bene verrà acquistato, non sarà pagata qualora si scegliesse invece di non procedere ad un determinato acquisto di beni o servizi.

Va da sé, quindi, che essendo implicito il fatto che si vada a incidere sulla volontà del consumatore nella decisione relativa all’acquisto o meno di un bene, questa decisione possa poi tramutarsi in un mancato acquisto qualora il consumatore stesso percepisse l’imposizione fiscale troppo elevata.

E’ inimmaginabile pensare, quindi, che un eventuale ritocco all’insù delle aliquote Iva non possa causare una compressione dell’acquisto di beni e servizi da parte dei consumatori.

Quanto incide l’Iva nel bilancio dell’Italia?

Circa un anno fa veniva alla luce il Bilancio Preventivo di Competenza dello Stato Italiano: in breve, un documento che analizzava preventivamente il saldo dello Stato Italiano tra entrate ed uscite finanziarie.

Analizzando, ovviamente, il capitolo delle entrate finali lorde, dal documento traspare come queste sarebbero dovute risultare pari a circa 567 miliardi di Euro.

Di questi, sempre da previsioni redatte dalla Ragioneria dello Stato, più di 139 milioni di Euro sarebbero stati “recuperati” mediante l’imposizione dell’Iva.

Da questi dati è quindi intuitivo notare come l’Iva rappresenti, per le casse pubbliche italiane, una fetta di assoluta rilevanza per quanto riguarda la torta delle entrate finanziarie.

Aumento iva?

Dando quindi ora per scontati una certa famigliarità con le definizioni economiche relative all’Iva e l’importanza che tale imposta ha per il bilancio dell’Italia, oltre all’indiretto interesse per la stessa da parte dell’Unione Europea, la domanda è: l’Iva aumenterà o no?

La risposta, purtroppo, non può essere che si, ci sarà un aumento iva

Per dare un senso compiuto  a tale risposta bisognerebbe addentrarsi dei meandri tecnici della finanza pubblica applicata alla politica ed al politichese parlando di manovra finanziaria, manovrina, clausole di salvaguardia da disinnescare, ecc.

Noi, con il linguaggio “pratico” che ci sovviene, vogliamo far capire il concetto in modo elementare.

Nel bilancio dello Stato appaiono spesso delle “previsioni di entrate”; delle entrate, cioè, non sicure (come quelle derivanti dalla lotta all’evasione fiscale) che vanno comunque quantificate e “garantite” da apposite clausole di salvaguardia le quali scattano dal momento in cui dette entrate non dovessero in realtà palesarsi.

Queste clausole, sempre più in uso nelle nostre manovre finanziarie negli ultimi 15 anni, negli ultimi tempi hanno spesso previsto aumento Iva e delle accise sui carburanti qualora ce ne fosse stato bisogno.

La Legge di Bilancio del 2017 ha previsto quindi aumenti del’Iva, a decorrere al primo Gennaio del 2018 e a copertura di quasi 20 miliardi di Euro di clausole di salvaguardia, nella forma ridotta all’11.5% e in quella ordinaria al 25%. In entrambi i casi, poi, detti aumenti verrebbero ritoccati poi (ovviamente all’insù) nei due anni successivi.

Il caposaldo di questa politica, l’altra faccia della medaglia che dovrebbe consentire di far almeno in parte digerire all’opinione pubblica un così drastico aumento dell’Iva, sarebbe l’utilizzo di quanto incassato da tale aumento per far diminuire il costo del lavoro.

E’ noto, infatti, come la tassazione del lavoro, in Italia, sia tra le più alte dell’Eurozona, oltre che tra quelle dei paesi più industrializzati e un suo abbassamento potrebbe portare ad un aumento del potere d’acquisto da parte dei lavoratori.

Uno scambio, quindi, tra aumento dell’Iva dei prodotti e dei servizi e una diminuzione del costo del lavoro, con relativo aumento della capacità reddituale da parte dei lavoratori che dovrebbe portare, nelle intenzioni dei tecnici dell’economia, ad un aumento dei consumi con conseguente incremento di entrate fiscali da parte dello Stato. Con buona pace dell’Unione Europea.

Il tentativo della politica di disinnescare una bomba

Partendo dall’assunto secondo il quale le nozioni sopra esposte, essendo frutto di attenta lettura di complessi documenti di economia e finanza statale, non sono certo alla portata né fisica né concettuale di tutti, si può ben immaginare come questo presunto e presumibile aumento dell’Iva rappresenti una vera e propria bomba lanciata nel campo della politica.

Un contesto, quello della politica di casa nostra, che vede un Governo, quello Gentiloni, “a tempo” la cui esistenza stessa viene messa in discussione dalla recente vittoria alle elezioni primarie del PD da parte di colui il quale, a torto o a ragione, pare avere un enorme ascendente su gran parte dell’esecutivo.

Un Matteo Renzi che, forte dell’investitura appena incassata e palesemente in grado di decidere le sorti del Governo Gentiloni che, immaginiamo, in un’imminente campagna elettorale non sentirà certo il bisogno di confrontarsi, oltre che con i suoi avversari politici, anche con l’imposizione di una “tassa sul consumo” che ne minerebbe certamente l’appeal.

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