Da alcuni anni, ormai, lo spauracchio mondiale, il nemico comune da combattere è divenuto Daesh, meglio noto alle cronache come Isis, ma siamo sicuri non sia una guerra pilotata?

Un nemico radicato nelle nostre culture e, soprattutto, radicalizzato. Un nemico strisciante ed onnipresente. Un nemico arrivato da lontano ma ad oggi molto vicino.

Dai fallimenti delle ultime azioni militari nel nord Africa, dall’ Iraq di Saddam alla Libia di Gheddafi però, sono stati sempre di più i fautori della teoria del complotto e della disinformazione diretta a creare il mito di un nemico mondiale “ideale”.

Una guerra pilotata?

L’azione militare volta a detronizzare il Colonnello Gheddafi ha certamente conseguito il risultato principale, lasciando però un’intera area geografica di vitale importanza nel caos. Pozzi di petrolio, gasdotti e tratte di esseri umani solo alcuni dei problemi “collaterali” che sono rimasti in sospeso dall’avvio delle operazioni. Il caso più eclatante di disinformazione, però, è certo stato quello che ha condotto alla guerra in Iraq.

La pressante campagna mediatica orchestrata dall’amministrazione americana dell’epoca, con a capo il Presidente George W. Bush e Donald Rumsfeld, diretta alla creazione della certezza, nei pensieri dell’opinione pubblica, della presenza di arsenali di armi di distruzione di massa, ha certo creato un pericoloso precedente. E’ infatti noto come la “pistola fumante” di queste armi non sia mai stata trovata e la sua artificiosa creazione propedeutica alla guerra lasci tutt’oggi strascichi in chi crede che, in realtà, quello sull’Isis sia un altro complotto.

Il perché di queste teorie

L’Isis, il più pericoloso gruppo terrorista jiadista mondiale, tanto da rubarne lo scettro al più “datato” Al Qaeda, pare effettivamente essersi materializzato dal nulla. Noto anche come Daesh o Stato Islamico, per i complottisti ha sicuramente avuto il “merito” di venire alla luce in modo confuso e nebuloso e di riuscire a creare il suo mito di terrore con metodi ben lontani da quelli del passato, ma pericolosamente affini a quelli civilizzati del mondo occidentale che mira a combattere.

Ciò che ha maggiormente creato questo mito di disinformazione attorno al fenomeno dell’Isis è certamente la produzione dei video di propaganda.

A partire da quello in cui si registrava la barbara uccisione di un giornalista americano, in tuta arancione Guantanamo style, per mano di un fanatico barbaro mascherato il quale brandiva un coltello con il quale gli avrebbe tagliato la gola. Immagini forti, talmente tanto da distogliere l’occhio dell’opinione pubblica dalla fine fattura del video e da causare l’inizio delle operazioni di guerra in Siria contro lo Stato Islamico.

Ed è proprio da qui, e dal successivo susseguirsi di decine di altri video documentanti barbarie, scempi, distruzioni e omicidi di massa, che una parte dell’opinione pubblica ha cominciato ad interrogarsi e a domandarsi se questa non fosse, in realtà, una guerra pilotata.

Uno Stato islamico integralista, che combatte il consumismo occidentale con un oscurantismo spinto all’eccesso che invece si serve delle migliori tecnologie per creare dei video che spingono in modo naturale l’opinione pubblica contro di se. Video in alta definizione, utilizzo delle migliori tecnologie, scene abilmente montate, vittime che paiono attendere con strana rassegnazione il loro destino, l’orologio costoso indossato dallo sceicco al Baghdadi durante il suo celebre discorso alla Moschea di Mosul.

Sono solo alcuni dei motivi che hanno portato alcuni opinionisti a schierarsi dalla parte di coloro i quali credono alla teoria del complotto.

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